Guido Piovene, scrittore raffinato ed attento alle trasformazioni della
società italiana, nel suo "Viaggio in Italia" pubblicato nel lontano
1957 scriveva: "L'Italia, con i suoi paesaggi, è il distillato del
mondo; le Marche dell'Italia. Qui abbiamo l'esempio più integro di
quel paesaggio medio, dolce, senza mollezza, equilibrato, moderato,
quasi che l'uomo stesso ne avesse fornito il disegno. Non esiste una
terra meno gotica, o meno barocca… Non c'è bisogno di aggiungere altro".
Appunto, non c'è bisogno d'aggiungere altro. E questo equilibrio,
questa armonia, questa dimensione a misura d'uomo si ritrova in molte
delle attività agricole ed artigianali che abbiamo preso in
considerazione in questo progetto. Molte attività agroalimentari
realizzano prodotti di grande qualità grazie alla conservazione di
metodologie e tecniche antiche che costituiscono saperi preziosi e
garanzia di produzione tipica.
Ma bisogna stare attenti al termine "tipico". È un termine abusato e
perciò banalizzato, spesso definisce unicamente il prodotto più
frequentemente consumato o più presente in determinato mercato, un
manufatto che segue fumosi ed equivoci protocolli di produzione quasi
a suggellare che la segretezza o il mistero sulla produzione sia di
per sé una garanzia di rispetto della tradizione.
Per definire il prodotto tipico una volta per tutte, dobbiamo ricorrere
ai francesi ed al loro concetto di terroir che non significa
semplicemente territorio ma insieme di combinazioni in un territorio -
morfologia, popolazione, clima, usi, costumi, tecnologie. L'insieme
di condizioni fisiche e culturali fanno di un territorio un unicum
che concepisce usi e costumi riprodotti nel tempo. Da questi
presupposti imprescindibili nasce il prodotto tipico che è esclusivo
della zona, inesportabile, non riproducibile altrove.
La morfologia prevalentemente collinare del Piceno non ha favorito le
colture intensive e monotipo garantendo un vasto assortimento di
produzioni alimentari così come il lento inurbamento ha conservato
abitudini della popolazione prevalentemente rurali. La contenuta
industrializzazione, pur presente in alcuni distretti, non ha, a
conti fatti, snaturato l'essenza socioculturale del marchigiano.
Al salvataggio di preziosi prodotti hanno anche contribuito la
strenua difesa e il mantenimento delle tradizionali tecnologie di
trasformazione, le consolidate abitudini domestiche cosicché l'offerta
gastronomia picena conserva una sua solida identità, lontana dalle
offensive delle mode e all'appiattimento del gusto. Fuori dalle
logiche della grande industria e della ipertrofica distribuzione
commerciale esistono, nella provincia, ancora piccole produzioni
alimentari che rappresentano, indubbiamente, importanti giacimenti da
conservare e valorizzare per l'alta qualità del prodotto e per la
caparbia tenacia con cui gli artigiani li difendono, li propongono in
un mercato - ahimè - disattento e falsamente concorrenziale, dominato
dai dai grandi fatturati e dal marketing aggressivo e subdolamente
persuasivo.
Ricordiamoli alcuni di questi prodotti per comprendere la ricchezza
dell'offerta picena: ci sono salumi, formaggi pecorini e vaccini,
tartufo dei Sibillini, olio extravergine d'oliva, verdure, ortaggi e
frutta delle nostre vallate. Alcuni di questi sono autentici
capolavori gastronomici che fotografano perfettamente il territorio.
Come il ciauscolo, salame morbido e spalmabile che è un must della
gastronomia e testimonia l'abilità del contadino nell'utilizzare il
maiale in tutta la sua interezza, coltivando nel contempo quella
parsimonia che ci contraddistingue e che i vicini di regione hanno
sempre considerato un difetto oggetto di lazzi ma che resta pur sempre
una virtù.
Aziende che hanno partecipato